Nuovi (vecchi) sessimi.

Prima del parto, accertati che la tua famiglia abbia sufficiente carta igienica. Prepara dei pranzi pronti per tuo marito, che sicuramente non è bravo in cucina. Legati i capelli, così non sembri in disordine anche se esci senza esserti fatta un bagno. E dopo che il bambino è nato, tieni d’occhio un vestito taglia small – avrai bisogno di motivazione per non mangiare troppo.”

Queste sono le linee guida del governo coreano per le donne in attesa. Il governo cerca di incrementare il tasso di natalità (che è in caduta libera) proponendo dei modelli patriarcali e sessisti.

A seguito di questa dichiarazione è stata proposta una petizione con oltre 21.000 firme e il Governo ha assicurato che in futuro rivedrà i contenuti online e che farà dei training per sensibilizzare gli impiegati.

Slogan simili non sono nuovi e non riguardano solo la maternità o la Corea. La situazione cinese è ben più preoccupante, per il solo fatto che il Governo non reputa di doversi scusare ed esercita consapevolmente una violenza psicologica sulle donne di etnia Han (le uniche considerate  pure per avere una progenie).

In Cina molti programmi universitari richiedono alle donne di avere voti più alti degli uomini agli esami per essere ammesse – il Ministero dell’Istruzione ha introdotto questa misura per “proteggere l’interesse nazionale”.

Il Governo non pubblica statistiche affidabili sulla violenza domestica e le molestie sessuali sul posto di lavoro, essere dichiaratamente femminista può essere un deterrente per ottenere un lavoro, ma soprattutto per mantenerlo. Questa mancanza di trasparenza nasconde la reale estensione della violenza sulle donne e discrimina chi si ribella.

Per entrare a far parte del Servizio Civile cinese le donne devono sottoporsi ad un esame ginecologico obbligatorio, che comprende anche un esame per le malattie sessualmente trasmissibili e sono sottoposte ad una serie di domande sul loro ciclo mestruale.  Gli uomini sono esenti da questo genere di esami.

Manifestazioni femministe o di protesta sono categorizzate come “litigare e provocare disordine” e possono portare all’incarcerazione. Gli interrogatori successivi agli arresti avvengono in stanze non riscaldate, senza l’identificazione dei poliziotti e senza che i “crimini” vengano dichiarati all’arrestata.

Attività femministe online pubblicate su Weibo (il corrispettivo di Facebook in Cina) vengono controllate dal Governo, regolarmente cancellate e le tenutarie dei profili sono spesso minacciate di stupro di gruppo e di morte o bandite.

Un altro concetto caro al Governo è quello di “Leftover woman”, ovvero “donna di scarto”: donne tra i venti e i trent’anni (nel 2007 da nubile a 27 anni si poteva già essere categorizzate in questo modo, nel 2010 l’età era già scesa a 25), con una buona educazione universitaria, che si rifiutano di smettere di essere troppo ambiziose e di sposarsi. Vengono sottoposte ad una fortissima pressione sociale, sia da parte della famiglia (i genitori hanno un ruolo di enorme influenza sui figli in Cina), sia da parte del Governo che porta avanti una campagna pubblicitaria discriminatoria nei riguardi di queste donne.  Alcuni esempi, usando le parole della Federazione delle donne – che in teoria dovrebbe proteggerle:

Alle ragazze carine non serve troppa istruzione per sposarsi e far parte di una famiglia ricca ed influente, ma le ragazze con un aspetto mediocre o brutto lo troveranno difficile. Questo genere di ragazze spera di diventare più competitiva migliorando la propria istruzione. La tragedia è che non si accorgono che una donna invecchia, vale sempre di meno, così appena hanno raggiunto la laurea o concluso un master, sono già vecchie, come delle perle ingiallite.

Molte donne di scarto altamente istruite sono molto progressiste nel loro modo di pensare e si divertono ad andare per locali alla ricerca di una one-night stand, o diventano le compagne di un alto ufficiale o di un uomo ricco. È solo quando hanno perso la loro freschezza e giovinezza e sono respinte dall’uomo con cui stavano che si pongono il problema di un partner per la vita. Per questo, la maggior parte delle donne di scarto non merita compassione.

Due letture su questi temi sono i libri di Leta Hong Fincher, non ancora tradotti in lingua italiana e accessibili solo in lingua inglese:

Leftover Women

Betraying Big Brother. The Feminist Awaking in China

In quest’ultimo libro Leta Hong Fincher sottolinea anche come le nuove tecnologie e i social media in generale permettano un attento controllo della popolazione e della libertà di espressione per quelli che sono considerati movimenti pericolosi per la sicurezza nazionale, tra cui il movimento femminista.

Il libro ripercorre anche la vicenda delle Feminist Five, un gruppo di femministe che è stato arrestato nel 2015 e che ha subito anche l’incarcerazione. Quello che emerge dai racconti delle protagoniste, al di là della brutalità governativa e del tentativo, talune volte riuscito, di rovinare le loro vite, è una profonda sorellanza, una comunione di intenti e di idee che resistono nonostante si trovino in città diverse e nonostante stiano combattendo contro uno dei peggiori autoritarismi patriarcali.

“Leftover Woman” è anche il titolo di un documentario di cui è possibile vedere il trailer qui:

Veganuary

Gennaio è il mese di Veganuary, una manifestazione nata nel 2014 per promuovere la dieta vegan. Negli ultimi anni la partecipazione ha avuto un aumento esponenziale, battendo ogni record nel 2021.

Colgo questa occasione per consigliare alcune letture: alcune riguardano l’ecofemminismo, la connessione tra femminismo e veganismo e altre sono risorse che consentono di avvicinarsi alla tematica vegan (cosa significa, cosa mangia un* vegan*, quali ricette usare).

Il primo libro e pietra miliare dell’ecofemminismo è Carne da macello. La politica della carne di Carol J. Adams. Apparso trent’anni fa, il libro esplora le connessioni tra l’oggettivazione degli animali e le donne, oltre che ad altri aspetti storici quali le connessioni tra vegetarianismo e letteratura.

Se ancora risulta difficile capire questo collegamento, è sufficiente pensare alle sette dimensioni dell’oggettivazione (Nussbaum, Sex & Social Justice), che Adams affronta nei vari capitoli, mostrando immagini sessualizzate di donne e animali.

· strumentalità: (i)l’(s)oggetto è uno strumento per gli scopi altrui;

· negazione dell’autonomia: (i)l’(s)oggetto è un’entità priva di autonomia e autodeterminazione;

· inerzia: (i)l’(s)oggetto è un’entità priva della capacità di agire e di essere attivo;

· fungibilità: (i)l’(s)oggetto è interscambiabile con altri (s)oggetti della medesima categoria;

· violabilità: (i)l’(s)oggetto è un’entità priva di confini che ne tutelino l’integrità, è quindi possibile farlo “a pezzi” (in senso letterale e in senso figurato – si pensi alle campagne pubblicitarie che rappresentano la donna come un pezzo di carne o le donne come animali);

· proprietà: (i)l’(s)oggetto appartiene a qualcuno e può quindi essere venduto o prestato;

· negazione della soggettività: (i)l’(s)oggetto è un’entità le cui esperienze e i cui sentimenti sono trascurabili.

Va inoltre sottolineato che l’oggettivazione a cui le donne sono maggiormente sottoposte è la sessualizzazione, le cui conseguenze sono la depersonalizzazione (l’individuo oggettivizzato ha minor capacità mentali e morali agli occhi di chi lo oggettivizza), aumento di rabbia e depressione, auto-oggettivazione, auto-silenziamento, problemi alimentari, minor uso di anticoncezionali (Volpato, Deumanizzazione).

Afro-ismo. Cultura pop, femminismo e veganismo nero di Aph Ko e Syl Ko esplora la connessione tra razzismo, animalizzazione e supremazia bianca dal punto di vista dell’Intersezionalità. Il libro è una raccolta nata dal blog delle due autrici afroamericane. È possibile leggere il capitolo dedicato al veganismo qui

Per chi volesse avvicinarsi o avesse delle curiosità rispetto alla cucina vegan consiglio vivamente il canale YouTube, il blog e il libro di Carlotta PeregoCucina Botanica.

Un’altra risorsa che per me è stata fondamentale è Vegolosi.it, che pubblica anche un magazine a pagamento online, ma ha anche moltissime ricette gratuite (tra cui anche rivisitazione in chiave vegan della cucina tradizionale) e ha un suo canale YouTube. Ciclicamente vengono proposte delle dirette durante le quali è possibili interagire per sciogliere dubbi rispetto al tema.

Per un punto di vista medico-scientifico invece segnalo tutti i lavori di Silvia Goggi e il libro Becoming Vegan di Melina Vesanto e Brenda Davis, disponibile solo in lingua inglese per il momento

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Un Femminismo Decoloniale

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Se il femminismo resta fondato sulla divisione fra donne e uomini (una divisione che precede la schiavitù), ma non analizza come schiavismo, colonialismo e imperialismo agiscono su questa divisione, né come l’Europa impone la concezione della divisione donne/uomini ai popoli che colonizza o come questi creino altre divisioni, allora questo femminismo è razzista. 

Il termine “femminista” non è sempre facile da portare. I tradimenti del femminismo occidentale costituiscono un repellente, così come il suo amaro desiderio di integrare il mondo capitalista, di trovare il proprio posto nel mondo degli uomini predatori, la sua ossessione per la sessualità degli uomini razzizzati e la vittimizzazione delle donne razzizzate. (Françoise Vergès)

Già Angela Davis all’inizio degli anni Ottanta osservava che “razzismo e maschilismo si fortificano a vicenda” e che “Razzismo e sessismo frequentemente convergono e la condizione delle donne lavoratrici bianche è spesso legata allo status oppressivo delle donne di colore” (Women, Race, Class – 1981). Françoise Vergès fa eco alla tesi di Angela Davis e analizza con lucidità il femminismo bianco civilizzazionale, non meno imperialista, islamofobo o negrofobo. Una parte del femminismo bianco diventa allora uno strumento del capitalismo e dell’ordine neoliberale, il cui obiettivo è la riduzione dello slancio rivoluzionario femminile. L’autrice sottolinea la necessità di un femminismo multidimensionale, capace di porre razza, sessualità e classe sullo stesso piano, che diventa un femminismo della totalità, che pensa insieme patriarcato, ordine neoliberale e Stato

Vergés evidenzia come i movimenti fascistizzanti e la destra francese si siano appropriati delle tematiche femministe (questo però non è valido solo per la Francia, ma può essere osservato anche in Italia, Germania, Olanda, Stati Uniti e Regno Unito), cavalcando il vecchio pregiudizio eurocentrico e colonialista che vede i popoli d’Oltremare come sottosviluppati e arretrati. Attraverso politiche “di sviluppo” e l’imposizione della “democrazia” e di un “sistema più produttivo” è stata assimilata la medesima gerarchia sessista e razzista presente in Europa anche nelle ormai ex-colonie. Se però il paradigma è rimasto il medesimo, non si può dire altrettanto delle politiche riproduttive (la sterilizzazione delle donne razzizzate contrapposta all’incoraggiamento della maternità in territorio francese) e dell’accesso al diritto di voto (che le donne francesi ottengono nel 1944, nei dipartimenti d’oltremare sarà duramente impedito fino agli anni Ottanta).

A fine anni Novanta, verso la fine “del decennio della donna” che si concluderà nel 1995 con la conferenza di Pechino, la nuova missione femminista civilizzatrice diventa la lotta contro la discriminazione sessista e i simboli di sottomissione nelle società fuori dai confini europei. E’ in quest’ottica che la “cultura islamica” diventa il nemico delle donne: alle conferenze di Copenaghen e Nairobi (1980 e 1985) le femministe dell’Africa sub-sahariana e dei paesi arabi dovranno contestare ancora una volta appellativi come “costumi di selvaggi” e “culture arretrate”. La stessa Hillary Clinton a Pechino conduce i negoziati governativi a porte chiuse, dove il paradigma applicato è quello occidentale (e neoliberista).

Il libro di Vergés è molto complesso e si conclude con ulteriori temi fondamentali, quali il Femonazionalismo (neologismo di Sara Farris, analizzato brillantemente nel suo libro omonimo) e il lavoro di cura ad opera delle donne del Sud e il salario domestico (si attinge dalle tesi di Federici e Dalla Costa).

Attendo con ansia il suo prossimo libro in uscita (Une théorie feministe de la violance – Pour une politique antiraciste de la protection) in Francia il 6 novembre 2020. Françoise Vergès rimane per me una delle autrici contemporanee assolutamente da leggere.

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Wenn der Feminismus auf der Trennung zwischen Frauen und Männern basiert bleibt (eine Trennung, die der Sklaverei vorausgeht) und er analysiert weder wie Sklaverei, Kolonialismus und Imperialismus auf dieser Spaltung agiert, noch wie Europa das Konzept der Spaltung zwischen Frauen und Männer zu den Völkern, die es kolonisiert, auferlegt, oder wie sie andere Spaltungen schaffen, dann ist dieser Feminismus rassistisch

Der Titel “Feministin” ist nicht immer leicht zu tragen. Der Verrat des westlichen Feminismus ist abstoßend, ebenso wie sein bitterer Wunsch, die kapitalistische Welt zu integrieren, seinen Platz in der Welt der räuberischen Männer zu finden, seine Besessenheit der Sexualität  der rassisierten Männer und der Viktimisierung der rassisierten Frauen. (Françoise Vergès)

Schon in den frühen 1980er Jahren bemerkte Angela Davis, dass “Rassismus und Frauenfeindlichkeit sich gegenseitig verstärken” und dass “Rassismus und Sexismus häufig zusammenlaufen und der Zustand weißer berufstätiger Frauen häufig mit dem Unterdrückungsstatus von schwarzen Frauen zusammenhängt” (Women, Race, Class – 1981). Françoise Vergès greift die These von Angela Davis auf und analysiert den weißen Feminismus, der nicht weniger imperialistisch, islamfeindlich oder negrophob ist, als die patriarchalischen Strukturen. Ein Teil des weißen Feminismus wird dann zu einem Instrument des Kapitalismus und der neoliberalen Ordnung, deren Ziel es ist die weibliche revolutionäre Dynamik zu verringern. Die Autorin betont die Notwendigkeit eines mehrdimensionalen Feminismus, der Rasse, Sexualität und Klasse auf die gleiche Ebene stellt und zu einem Feminismus der Gesamtheit wird, der Patriarchat, neoliberale Ordnung und Staat zusammendenkt.

Vergés hebt hervor, wie sich die faschistischen Bewegungen und die französische Rechte feministische Themen angeeignet haben (dies gilt jedoch nicht nur für Frankreich, sondern kann auch in Italien, Deutschland, Holland, den Vereinigten Staaten und dem Vereinigten Königreich beobachtet werden), wobei sie auf dem alten eurozentrischen, kolonialistischen Vorurteil beruhen, der „die überseeischen Völker“ als unterentwickelt und rückständig ansieht. Durch “Entwicklungspolitik” und die Einführung von “Demokratie” und einem “produktiveren System” wurden die gleichen sexistischen und rassistischen Hierarchien in Europa, selbst in den jetzt ehemaligen Kolonien, übernommen. Obschon das Paradigma jedoch dasselbe geblieben ist, kann das Gleiche nicht für die Fortpflanzungspolitik (Sterilisierung der Frauen in der ehemaligen Kolonien im Gegensatz zur Förderung der Mutterschaft in Frankreich) und für den Zugang zum Wahlrecht (den die französische Frauen 1944 erhalten haben und in den ehemalige Kolonien bis in die 1980er Jahre stark verhindert wird) gesagt werden.

Gegen das Ende des “Jahrzehnts der Frauen”, das 1995 mit der Konferenz in Peking endet, wird die neue zivilisatorische, feministische Mission zum Kampf gegen sexistische Diskriminierung und zum Symbol der Unterwerfung in Gesellschaften außerhalb Europas gerichtet. Unter diesem Gesichtspunkt wird die “islamische Kultur” zum Feind der Frauen gemacht: auf den Konferenzen in Kopenhagen und Nairobi (1980 und 1985) müssen Feministinnen aus Afrika und arabischen Ländern erneut Bezeichnungen wie “Bräuche von Wilden” und „ rückständigen Kulturen “ entgegentreten. Hillary Clinton selbst führt in Peking Regierungsverhandlungen hinter verschlossenen Türen, wobei das angewandte Paradigma das westliche (und neoliberale) ist.

Vergés Buch ist sehr komplex und endet mit weiteren grundlegenden Themen wie dem Femonationalismus (ein Neologismus von Sara Farris, den sie in ihrem gleichnamigen Buch brillant analysiert hat), der Pflegearbeit von Frauen aus dem Süden und dem Lohn fuer Reproduktionsarbeiten (Thesen, die Silvia Federici und Mariarosa Dalla Costa analysiert haben).

Ich freue mich auf ihr bevorstehendes Buch (Une théorie feministe de la violance – Pour une politique antiraciste de la Protection), das am 6. November 2020 in Frankreich erscheinen wird. Françoise Vergès bleibt für mich eine der zeitgenössichen Autorinnen, die absolut gelesen werden muss.

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If feminism remains founded on the division between women and men (a division that precedes slavery), but does not analyse how slavery, colonialism and imperialism act on this division, nor how Europe imposes the concept of division between women and men to the people it colonizes or how they create other divisions, then this feminism is racist.

The term “feminist” is not always easy to handle. The betrayals of Western feminism are a repellent, as much as its bitter desire to integrate the capitalist world, to find its place in the world of predatory men, its obsession with the sexuality of men and the victimization of women subject to race discrimination. (Françoise Vergès)

In the early 1980s Angela Davis observed that “racism and chauvinism reinforce each other” and that “Racism and sexism frequently converge and the condition of white working class women is often linked to the oppressive status of women of colour” (Women, Race , Class – 1981). Françoise Vergès echoes the thesis of Angela Davis and clearly analyses western white feminism, which shows to be no less imperialist, Islamophobic or negrophobic than the patriarchal structures themselves. Then feminism becomes an instrument of capitalism and the neoliberal order, whose goal is to reduce the feminine revolutionary burst. The author stresses the need for a multidimensional feminism, capable of placing race, sexuality, and class on the same level, which becomes a feminism for all, that thinks together additionally patriarchy, neoliberal order and the state.

Vergés highlights how the fascist movements and the French right wing seized feminist topics (however, this is not only true for France, it can also be seen in Italy, Germany, Holland, the United States and the United Kingdom), referring to the old Eurocentric, colonialist prejudice, which regards “the overseas people” as underdeveloped and backward. Through “development policies” and the introduction of “democracy” and a “more productive system”, the same sexist and racist European hierarchies were adopted in the former colonies. However, while the paradigm remained the same, this was not applied  for reproductive policies (sterilization of women in the former colonies as opposed to promoting motherhood in France) and for the access to the right to vote (which French women received in 1944 and in the former Colonies until the 1980s were strongly prevented).

At the end of the nineties, during the so-called ” decade of women”, which will end in 1995 with the Beijing conference, the western feminist mission becomes the fight against sexist discrimination and the symbols of submission in societies outside Europe. The “Islamic culture” becomes the enemy: at the conferences in Copenhagen and Nairobi (1980 and 1985) feminists from sub-Saharan Africa and Arab countries will once again have to challenge terms such as “customs of savages ”and“ backward cultures ”. Hillary Clinton in Beijing conducts government negotiations behind closed doors, where the paradigm applied is the Western (and neoliberal) one.

Vergés’s book is very complex and ends with further fundamental topics, such as Femonationalism (a neologism by Sara Farris, analysed in her book “Femonationalism”), care work and domestic wages (with reference to the works of Federici and Dalla Costa).

I look forward to her upcoming book (Une théorie feministe de la violance – Pour une politique antiraciste de la protection) which will be published in France on November 6, 2020. Françoise Vergès remains for me one of the contemporary authors that must be absolutely read.